PETRA, GIORDANIA. 18 mesi prima
Con un tonfo appoggiai lo zaino sulle rocce ruvide e sporche di sabbia arancione e armeggiai con la cerniera per prendere la mia felpa.
Nonostante fosse marzo inoltrato, il freddo dell’altopiano arabo mi pizzicava la pelle. Mi guardai le mani decisamente pallide e mi resi conto quanto fossero gelate. Eppure io non sentivo quasi più niente.
Il sole era sorto solo da poche ore, e l’ombra della notte ancora comandava in quella parte di valle fatta di terra e sassi. Gli abitanti della cittadella indugiavano ancora nascosti nelle proprie dimore, tutti in attesa di iniziare un altro duro giorno di digiuno e preghiera.
Il silenzio della vallata fu rotto dal richiamo del muezzin, una litania che sapeva di terre lontane e sabbia. Alzai gli occhi lentamente seguendone il suono. Mi soffermai ad osservare Il cielo terso e di un blu che non ricordavo potesse esistere. Quanto era lontana casa.
Sistemai lo zaino sulle spalle e mi incamminai, avevo davanti parecchi chilometri e tanta terra da calpestare.
Ero sola, dannatamente sola. Per la prima volta da anni. Per quei giorni, almeno.
Contorniato da un brulicante muoversi di cammelli e venditori, il Tesoro si ergeva intagliato nella terra rossa e vederlo sbucare dopo la passeggiata nel Siq mi aveva lasciato esterrefatta. Da lì avevo attraversato tombe monumentali, templi, il teatro e resti della città antica. Più mi inoltravo in Petra più pensavo al suo destino: un tempo crocevia di commerci e persone, poi lentamente abbandonata alle rocce e al vento. Eppure, mentre salivo, avevo la sensazione che quel luogo fosse ancora vivo.
Davanti a me iniziava il sentiero che portava al Monastero, una scalinata di circa ottocento gradini intagliati nella roccia rossa. Il sentiero di terra, polvere e pietra si inerpicava tra rocce, arbusti e facciate scavate nella montagna, senza lasciar capire dove portasse.
Un gruppetto di chiassosi turisti coreani mi passo accanto e io li seguii con lo sguardo. C’era davvero tutto il mondo a Petra. E io, finalmente, ne facevo parte.
Mi strinsi forte nella mia solitudine e iniziai a camminare, ad affrontare la ripida salita. La polvere rossa si alzò ad ogni mio passo e lentamente mi si attaccò addosso, colorandomi le scarpe, le gambe, il viso. Non persi tempo a pulirmi, rimasi concentrata nella mia missione. Ero partita come una semplice turista, con l’obiettivo di arrivare in cima e visitare il Monastero, eppure per la strada accadde qualcosa.
Timidamente, iniziai a provare sollievo.
Un peso che non sapevo nemmeno di portare sembrava scivolare via dalla mia schiena e schiantarsi nella terra. Il mio tormento sembrava mescolarsi e sparire insieme alla polvere, risucchiato dal silenzio del centro del mondo.
Per qualche istante, almeno.
Paura.
Dolore.
Rabbia.
Senso di colpa.
Commiserazione.
Solitudine.
Le riconobbi una per una. Erano tutte ancora lì per me. Ma il ghiaccio dentro di me stava timidamente iniziando a sciogliersi, mostrandomi una realtà fino ad allora impossibile da immaginare. Poi continuai a salire.
Aumentai il passo, ormai ubriaca di vita.
Sulla salita incontrai un gruppo di persone indecise se proseguire. Erano madide di sudore, stanche, stralunate.
«Dai. Continuate.»
Le incitai a non mollare.
E mentre lo dicevo capii che non stavo parlando soltanto a loro. Io quell’incoraggiamento non l’avevo mai ricevuto. E mai sarebbe arrivato.
Ripresi a scarpinare, sporca di terra e sudore, ma libera dalla nebbia.
Quando finalmente arrivai alla mia meta la felpa era legata sullo zaino e la mia fronte era copiosamente imperlata di sudore.
Alzai lo sguardo e intravidi il cielo azzurro mischiarsi con le vette nude del canyon.
Rimasi senza fiato: stavo guardando Israele.
Potevo scorgere nitidamente i confini di paesi ricchi di storia e mistero, ma perennemente in tumulto.
Mi girai verso il maestoso Monastero e mi sedetti a terra, prendendo una boccata d’aria ormai calda e chiusi gli occhi qualche istante.
Io ero.
Io c’ero.
Finalmente.
Quei luoghi avevano visto morte e vita, guerra, sangue, odio e pace. Erano stati abitati da popoli diversi. Avevano subito cambiamenti, anche radicali, di credenze e religioni. Eppure erano ancora lì.
Resilienza e cambiamento scolpiti nella roccia.
Forse era anche per questo che ero lì.
Forse non era un caso che avessi scelto quella terra araba.
Forse tutto aveva un senso. O forse ce lo stavo dando io.
Mi strinsi le braccia attorno alle gambe bianche e macchiate di polvere e appoggiai il capo sulle ginocchia. Accartocciata su me stessa, non ero ancora pronta a lasciar andare tutto ciò che sapevo mi stava spezzando da dentro.
Chi sarei stata senza tutto quello che mi aveva definito fino ad allora?
Fotografie originali di The Blueyes Backpacker